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1953: La truffa elettorale

Da “La Rinascita della sinistra” n.15 di maggio 2007<!--enpts-->riforma_elettorale.jpg<!--enpte-->

Di Ruggero Giacomini

Oggi si cerca da più parti di rivalutare la “legge truffa” del 1953 e conseguentemente di svalutare la grande battaglia democratica che ne impose il fallimento, e se ne deduce una incoerenza dei comunisti e una “occasione perduta”. Lo ha fatto anche Sergio Romano sul Corriere della Sera. L’argomento è che i comunisti, sostenitori da sempre del principio democratico della rappresentanza proporzionale accettano tuttavia oggi il premio di maggioranza per consentire la governabilità, mentre allora vi si opposero strenuamente. Ma è un falso. La legge truffa non aveva e non ha niente a che vedere con la governabilità.
Il premio andava a chi avesse superato il 50% dei voti, e aveva già dunque conseguito la maggioranza necessaria per governare. Era una legge su misura, del tipo di quelle ad personam che abbiamo conosciuto di recente: i promotori, infatti, e cioè la Dc e i partiti ad essa alleati (socialisti di Saragat, repubblicani, liberali), sapevano che solo loro, imparentati assieme, potevano superare il 50%, ed erano anzi sicuri di superarlo, come già era accaduto nelle precedenti elezioni del 1948.
La governabilità era fuori discussione, tanto che nel quinquennio 1948-1953 De Gasperi era stato ininterrottamente presidente del Consiglio e la maggioranza con qualche cambiamento di ministri era rimasta sempre quella, tanto che si è parlato in sede storica di “dittatura morbida”. La maggioranza di oltre il 50% poteva essere poco “disturbata” nella sua potestà di governo, tanto più che c’erano due opposizioni antitetiche, la destra monarco-fascista, e la sinistra di socialisti e comunisti, allora uniti da un patto di alleanza, che è un precedente da tenere presente nella necessaria riaggregazione a sinistra.
Allora la maggioranza stretta attorno alla Dc e sicura di riavere il 50% più uno dei voti, impose alla vigilia delle nuove elezioni una legge che avrebbe dato loro da ripartire il 64,5% dei seggi.
Perché dunque fu fatta la legge truffa? Non solo per avere surrettiziamente più posti, ma perché si voleva cambiare la Costituzione. Quella Costituzione che era entrata in vigore il primo gennaio 1948, nata sull’onda lunga della Resistenza antifascista, ma che era tutta da attuare nei suoi principi fondamentali e nelle libertà garantite. Il primato dell’interesse pubblico, il fondamento sul lavoro, il ripudio della guerra, il divieto di discriminazioni di classe, di sesso, di razza, di religione, la rimozione degli ostacoli ad una effettiva libertà. Ciò che i reazionari e il grande capitale trovarono difficoltà a digerire, cercando nei decenni di ostacolarne l’attuazione e di stravolgerla. Fino all’ultimo recente stravolgimento approvato dal governo Berlusconi, sonoramente sconfessato e respinto dal referendum popolare.
E qui è dove l’asino non voleva cascare! Scelba, che fu ministro dell’interno di De Gasperi ininterrottamente anche lui dal 1947 al 1953, confessò apertamente che il rispetto della Costituzione poteva rivelarsi “una trappola”. Meglio dunque non farsi intrappolare, cambiarla prima di cominciare ad applicarla. Ricordiamo che la Corte costituzionale fu operativa e poté iniziare a disboscare la perdurante legislazione fascista solo dopo il fallimento della legge truffa, a partire dal 1956: e fino ad allora per affiggere un manifesto o diffondere un volantino bisognava portarlo in questura ed averne l’approvazione! E le regioni a statuto ordinario previste dalla carta del 1948 si attuarono solo nel 1970.
Ma i Democristiani e i loro alleati sapevano bene che se avessero approvato uno stravolgimento della Costituzione “solo” con la maggioranza assoluta, sarebbero dovuti poi passare sotto le forche caudine del giudizio del referendum popolare. Grazie alla legge truffa invece, godendo della maggioranza dei due terzi, si poteva cambiare a piacimento tutto ciò che si voleva della Costituzione, senza rendere conto al popolo ed evitando la prova d’appello del referendum popolare.
E ciò per l’articolo 138 della Costituzione secondo cui appunto, a proposito delle leggi di revisione della Costituzione e delle leggi costituzionali «non si fa luogo a referendum se la legge è stata approvata nella seconda votazione da ciascuna delle Camere a maggioranza di due terzi dei suoi componenti». Questa fu la reale posta in gioco e per questo, in continuità con la lotta contro il fascismo e la guerra, si mobilitò la classe operaia con scioperi e manifestazioni, si mobilitarono i comunisti e le forze di sinistra, si dissociarono dalla maggioranza personalità autenticamente liberali e democratiche come Ferruccio Parri, Tristano Codignola, Epicarmo Corbino.
La battaglia fu vinta, e i sostenitori della truffa, dopo essersi lamentati come fece Saragat col destino “cinico e baro”, abrogarono la legge e per molto tempo non ci riprovarono.

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