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il Blog dei comunisti italiani, sezione “Tina Modotti”

Una famiglia di troppo

Pubblicato su “La Rinascita della Sinistra” n23 del 7 giugno 2007<!--enpts-->benito.jpg<!--enpte-->

di Ruggero Giacomini

L’attaccamento della destra alla famiglia cristiana fondata sul matrimonio indissolubile è un mito fondato sulla ipocrisia, con risvolti tragici per quanto riguarda l’origine nel fondatore del fascismo, e farseschi negli attuali esponenti del centro-destra. Costoro gridano alla “dissoluzione” morale e sociale che precipiterebbe se passasse un’idea della famiglia e del matrimonio un po’ più ampia e laica rispetto a quella delle gerarchie della chiesa, atteggiandosi a strenui campioni del modello familiare da queste proposto, come se nessuno conoscesse le loro storie private di matrimoni dissolti, coppie di fatto, separazioni e divorzi: che potrebbero restare, come sono, fatti privati, se essi non pretendessero di ergersi a giudici e dare lezioni di morale e religione.

Nel caso di Mussolini, poi, il mito familista si erge sulla tragica sorte di un figlio e di una madre, sacrificati nelle loro vite, di cui si è cercato di cancellare anche il ricordo. Non si può perciò che apprezzare l’annuncio a sorpresa di Marco Bellocchio di un suo prossimo film, sulla vicenda tragica e sconosciuta di Benito Albino Mussolini, figlio del duce del fascismo, e sulla madre di lui. Benito Albino nacque l’11 novembre 1915 a Milano, da una relazione che Mussolini ebbe con Ida Irene Dalser, 35enne originaria di Sopramonte di Trento, dopo che aveva rotto con il partito socialista, saltando all’estrema destra facendosi acceso propagandista della guerra. La Dalser, che aveva vissuto per un certo tempo a Parigi, a Milano aveva aperto uno dei primi gabinetti di “igiene estetica e massaggio”. Chiuse l’attività ben avviata per seguire Mussolini al “Popolo d’Italia”.

I due si sposarono, e questo risulta dal fatto, di cui è rimasta traccia documentaria, che alla Dalser veniva corrisposto dallo stato durante la guerra il sussidio settimanale erogato alle famiglie dei richiamati, quale “moglie del militare Mussolini Benito”.

Nella sua imponente biografia di Mussolini in otto tomi e migliaia di pagine, Renzo De Felice dedica alla vicenda del primo figlio maschio poche righe, confinate in una nota del primo volume, in cui scrive: «Verso la fine del 1914 Mussolini strinse una relazione sentimentale con una trentina di nome Ida Irene Dalser, titolare di un gabinetto di bellezza fisica a Milano. La relazione fra i due fu lunga e burrascosa. Da essa nacque nel novembre 1915 un figlio (che morì in manicomio nel 1942) a cui fu imposto il nome di Benito Albino Dalser, che Mussolini riconobbe nel gennaio 1916 e per il cui mantenimento, citato in un secondo tempo dalla Dalser, si impegnò alla fine del luglio 1916 a corrispondere la somma di 200 lire mensili. Abbandonata da Mussolini, la Dalser lo perseguitò a lungo tanto che, con decreto prefettizio 22 maggio 1917, fu allontanata da Milano e poi internata, come suddita nemica, a Caserta».

De Felice null’altro dice sulla disgraziatissima vita di questo infelice figlio del Duce, sul rapporto col padre e perché fosse stato rinchiuso in manicomio e come vi fosse morto appena ventisettenne privato del cognome paterno. Nell’indice dei nomi, Benito Albino è citato sotto il cognome della madre, e questo la dice lunga sulla dipendenza dello storico dai giudizi delle fonti fasciste e in primis dello stesso Mussolini, che quel figlio voleva cancellato.

Nulla dice De Felice sul fatto che la Dalser sostenesse di essere stata sposata con Mussolini, ma la cosa che colpisce di più è che essa - per non aver accettato semplicemente di scomparire dopo essere stata scaricata ed aver continuato a battersi per i diritti del figlio come una madre sa fare - viene presentata dal De Felice/ Mussolini come la “persecutrice”, con cinico rovesciamento delle parti. Per cui tutto il seguito - la deportazione, l’internamento, la reclusione forzata in manicomio nonostante fosse perfettamente lucida e sana, la sorte del figlio, la morte - ne viene ad essere giustificato. Mussolini vittima e Dalser carnefice: un altro esempio di quel “ribaltonismo storiografico”, su cui si vorrebbe costruire una “memoria condivisa”.

Lo stesso De Felice pubblica una lettera pervenuta nell’ottobre 1919 all’allora presidente del consiglio Nitti da un amico giornalista, in cui si riferisce che il futuro duce «promette di addolcire il tono» nei confronti del governo se non lo si attacca troppo nei giornali governativi e, «per scendere a cose anche più basse, il Mussolini ha una certa Darsen (sic!), una donna dalla quale ha avuto un figlio, che lo perseguita… Si potrebbe allontanarla da Milano per ottenere in cambio che il Mussolini stia quieto?». La donna è dunque proposta come oggetto di scambio e la fonte, che suggerisce di accettare i desiderata di Mussolini per ricavarne vantaggi politici, non esita ad ammettere che si tratta di bassezze.

Quando Mussolini divenne capo assoluto del governo, quelle «cose anche più basse» non dovette più oltre barattarle, ma poté semplicemente ordinarle, rimuovendo dal mondo dei vivi e cercando di cancellare le tracce dell’esistenza di due persone e una famiglia di troppo. Schiacciando vite e falsificando carte. Meritando così, grazie anche a un matrimonio celebrato con tutti i crismi dell’autorità religiosa, la fama di esemplare cultore della… sacra famiglia.


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