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il Blog dei comunisti italiani, sezione “Tina Modotti”

“BELLA CIAO” E’ NATA FORSE NELLE MARCHE

Riprendiamo da “il bollettino” delle sezioni Anpi di Arcevia, Cerreto d’Esi, Fabriano, Sassoferrato, Serra San Quirico, novembre 2013, n.3, appena uscito per la cura di Alvaro Rossi, pp. 52-4, questo articolo di Ruggero Giacomini:

“BELLA CIAO” NELLA RESISTENZA MARCHIGIANA

Scrivendo il libro Una donna sul monte di cui già si è parlato in questo “Bollettino”, avevo incontrato una interessante testimonianza del generale in pensione Elio Ricciardi, che in una Lettera al Presidente del Centro Studi Arceviesi , pubblicata sulla rivista “Studi arceviesi”, 2009, n.6, pp. 189-91, ricordava lui bambino sfollato in Arcevia  con la famiglia, e che alla liberazione i patrioti della Maiella entrando nella cittadina  “cantavano Bella ciao. ”  Notando la cosa  in una nota p.129 osservavo che era “improbabile che i partigiani abruzzesi la conoscessero”.  La considerazione mi era suggerita dalla letteratura su “Bella ciao”,  di cui vari esperti si sono occupati. Nella raccolta dei  Canti della Resistenza italiana, di A.Virgilio Savona e Michele L. Straniero, presentando il “canto italiano di argomento partigiano più popolare” si dice che “presumibilmente Bella ciao non fu mai cantata durante la guerra partigiana, ma nacque nell’immediato dopoguerra” (Bur, Milano 1985, p. 74).  In una ricerca più recente Stefano Pivato, attuale rettore dell’Università di Urbino, precisa che “la circolazione di Bella ciao durante la Resistenza risulta circoscritta alle zone di Montefiorino, nel Reggiano, e dell’alto bolognese, oltre a quelle delle Alpi Apuane e del Reatino. Cantata pochissimo – e comunque tardivamente – fu in zone del Nord Italia come Piemonte, Lombardia e Friuli” (S.Pivato, Bella ciao. Canto e politica nella storia d’Italia, Laterza, Bari 2005, p. 183).

Resto tuttora scettico sulla precisione del ricordo di Ricciardi per quanto riguarda il riferimento ai partigiani della Majella, anche perché non se ne fa cenno in nessuna delle numerose memorie dei protagonisti né in quelle di coloro che ebbero contatti prima e dopo con i partigiani abruzzesi.

Devo invece rettificare quanto finora noto, in quanto sulla scorta di nuova documentazione reperita risulta che “Bella ciao” è stata cantata anche tra i partigiani delle Marche.

 Lo si ricorda in particolare in una lettera che il 24 aprile 1946 la cittadina russa Lydia Stocks scrive dall’Inghilterra a Vittorio Amato Tiraboschi, già comandante della brigata “Garibaldi” - Ancona. La Stocks, fuggita dal campo di prigionia dopo l’8 settembre si era unita ai partigiani del monte San Vicino, dove aveva incontrato lo scozzese Douglas Davidson, a capo di uno dei gruppi partigiani che avevano base nella zona tra il Poggio San Vicino, che allora era una frazione del comune di Apiro (oggi comune autonomo di circa trecento abitanti), e Poggio S.Romualdo, frazione di Fabriano, allora noto come “La Porcarella”.

Tra i due che le vicende della guerra avevano fatto incontrare in terra straniera era nato un legame affettivo; ed è questa forse la ragione principale per cui a quella data lei si trovava in Inghilterra. Davidson però tornato a casa vi aveva trovato ad aspettarlo l’antica fidanzata e si sarebbero sposati. E Lydia appare nella lettera all’antico comandante una donna amareggiata e delusa, sia sul versante dello scozzese che per le notizie che riceve dall’Italia, con  miseria e difficoltà tra i partigiani a trovare un lavoro e ripresa di iniziativa del fascismo. A Tiraboschi, che all’epoca dirigeva l’ufficio provinciale di Ancona dell’assistenza post-bellica, la donna raccomanda un bravo giovane che era con loro, Oberdan Galeazzi, e “due sorelle di Appignano”, di cui non fa i nomi ma che il comandante doveva conoscere e che avevano “rischiato la vita per noi”. Con amarezza  accennava poi alla ripresa del fascismo, colpita da un fatto di cronaca che aveva avuto rilievo sulla stampa anche internazionale, il trafugamento dei resti di Mussolini: “vedo, che in Italia ancora si vive il Fascismo e si vede che c’è una organizzazione, altrimenti chi poteva essere interessati in corpo puzzolente”. Ed è a questo punto che ricorda nella lettera il canto di “Bella ciao”. Scrive infatti nel sio italiano ricco, anche se non particolarmente preciso nella forma:

“Quando penso di tutto ciò, ho voglia di piangere perche[’] ancora ricordo tutto quello che abbiamo provato, tutti quelle giovani ragazzi che andavano [a] morire con il canto “Bella ciao”. E poi venivano ferite e morti, che non dimenticherò mai finché vivrò, perché ho amato con tutto il mio cuore tutti quelli ragazzi e amerò sempre. Per me la Italia [è] stata una seconda Patria”.

Dunque i gruppi partigiani scendevano dal monte San Vicino per andare a compiere delle azioni di guerra cantando “bella ciao”. La lettera inedita di Lydia Stocks fa parte di un fondo documentario che apparteneva alla famiglia del comandante Tiraboschi e che recentemente i figli hanno deciso di depositare presso l’archivio dell’Istituto storico della Resistenza marchigiana; e su cui già sta lavorando un giovane e brillante ricercatore, Simone Massacesi, per un saggio biografico sullo stesso Tiraboschi.

Per quali vie la canzone sia giunta al San Vicino dopo l’8 settembre del ’43 noi non sappiamo dire. Cesare Bermani, specialista nella ricerca delle tradizioni popolari, le origini di  “Bella ciao” le ha studiate in maniera approfondita ed è giunto ad escludere che derivi da un canto delle mondine, come pure che abbia avuto un’origine straniera. “Bella ciao” è invece a suo giudizio l’adattamento di una canzone, già nota agli specialisti col nome di “Fior di tomba II”,  di cui è accertata la presenza nel repertorio dei soldati nella prima guerra mondiale. Nell’articolo divulgativo Le molteplici origini attribuite a Bella ciao, “Il Calendario del popolo”, n.731, Giugno 2008, pp.21-2, Cesare Bermani riporta anche una versione della vecchia canzone, che sulla stessa melodia di “Bella ciao”,  così cominciava:

“Alla mattina appena alzata

E con quel ciao mi disse ciao e ciao e ciao

Alla mattina mi sono alzata

L’era tre ore davanti al sol

E mi son fatta alla finestrella.

E con quel ciao mi disse ciao e ciao e ciao

E mi sono fatta alla finestrella

Ed io ho vedù il mio primo amor.”

Non si sa chi sia stato per primo ad adattare con nuove parole il vecchio testo alla situazione della Resistenza e dove ciò sia avvenuto.  Possiamo però ritenere possibile, e forse anche probabile, considerando che le tracce altrove sono successive, che sia stato nelle Marche.

Ruggero Giacomini

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