PDCI-Ancona

il Blog dei comunisti italiani, sezione “Tina Modotti”

LA LEZIONE CHE CI VIENE DA GRAMSCI. UN CONTRIBUTO IN 8 PUNTI ALLA DISCUSSIONE DELLA COSTITUENTE COMUNISTA

di Ruggero Giacomini

1. Che rapporto dobbiamo avere noi – comunisti italiani del XXI secolo - con la tradizione del partito comunista italiano, nato col primo congresso a Livorno nel 1921 e finito per autoscioglimento col XX congresso a Rimini nel 1991?

Io credo che noi abbiamo il diritto e il dovere di recuperare questa tradizione e non lasciarla nelle mani del PD a cui per altro pesa sempre di più. Quali che siano stati i limiti e gli errori del Pci – e ce ne sono stati che altrimenti non si sarebbe lasciato suicidare, e vanno perciò analizzati e corretti -, tuttavia, e anche questo è un fatto, il PCI in quanto tale non era utilizzabile per un passaggio di campo come quello che i dirigenti che ne hanno promosso lo scioglimento volevano fare, e ha dovuto essere rimosso.

Il PCI cioè

 per come si era incarnato nella tradizione italiana, per quello che aveva rappresentato e rappresentava ancora agli occhi di milioni, non era credibile e proponibile come forza di governo organica al capitalismo. E che dovesse essere tolto di mezzo per una tale operazione, è un segno anche della forza resistente, nonostante tutto, del partito gramsciano e della tradizione comunista.

Purtroppo quando si è cominciato il cammino della rifondazione comunista, nel generale sbandamento hanno preso campo tesi liquidatorie di tutto il comunismo del Novecento, che venivano dal massimalismo e dai gruppuscoli trockisti; emarginando di fatto anche la tradizione gramsciana.

2. Gramsci non è un santo. E’ l’intellettualità borghese che solitamente rielabora e propone in forma santificata i capi rivoluzionari alle masse per renderli inoffensivi, o utilizzarli magari contro le loro stesse idee e il loro movimento. Gramsci è stato il più grande teorico e rivoluzionario marxista d’Italia, un combattente e un organizzatore comunista, imprigionato con il colpo di stato del novembre 1926, con cui il fascismo soppresse il parlamento rappresentativo e i partiti. Ed è morto per la coerenza delle proprie idee.

Considerato giustamente da molti il pensatore “più profondo e originale” dell’Italia del Novecento, Gramsci ha legato la sua vita al partito comunista e il tema del partito è al centro della sua attività politica e teorica: il nuovo principe collettivo, ricollegandosi al pensiero di Machiavelli, è per lui il soggetto moderno e necessario della rivoluzione italiana.

3. Un concetto da fissare è che “ogni partito – come Gramsci sottolinea in una nota dei quaderni del carcere – non è che una nomenclatura di classe”. Cioè al di sotto della superficie su cui si agitano i partiti, si raggruppano e muovono le classi sociali, le quali possono esprimersi e si esprimono politicamente in tale modo. Quale che sia il volto e il nome con cui i partiti si presentano.

Curando la prima dispensa per la scuola di partito per corrispondenza, promossa nel 1925, Gramsci analizzava la definizione che si dava comunemente di un partito: “un gruppo più o meno numeroso di cittadini che tendono alle medesime riforme politiche, che hanno gli stessi ideali politici, e che sono organizzati per la realizzazione o per la difesa di queste riforme e di questi i­deali”. Questa definizione, apparentemente “innocente” e “vicina alla verità” – egli osservava - , è in realtà mistificante, perché cela il rapporto con le classi e la lotta di classe.

“Noi – chiariva dunque Gramsci - intendiamo per partito la organizzazione poli­tica di una determinata classe, e non semplicemente un gruppo di cit­tadini che la pensa alla stessa maniera e che si sono messi d’accor­do su una ideologia comune.”

4. Il partito comunista in particolare, è sempre Gramsci che parla, “non è una società di mutuo soccorso”, anche se taluno può scambiarla per tale, e “non è un’accademia in cui ognuno si batte per le sue idee personali”. E’ un’organizzazione della lotta di classe.

In una celebre relazione al comitato centrale del maggio 1925 Gramsci sintetizza in 5 punti il dovere del buon comunista:

a. curare la propria formazione “marxista-leninista”;

b. “essere in prima linea nelle lotte proletarie”;

c. “aborrire dalle pose rivoluzionarie” ed essere non solo “rivoluzionario, ma anche un politico realista”;

d. giudicare le situazioni e gli accadimenti dal punto di vista della propria classe e del proprio partito;

e. essere internazionalista.

5. E’ sotto la direzione gramsciana che nel 1924-26 si realizza quella straordinaria e duratura impresa che va sotto il nome di “bolscevizzazione”, che è la traduzione in linguaggio nazionale dell’insegnamento della rivoluzione d’Ottobre.

E’questo il periodo più dinamico e ricco della storia del partito comunista italiano, anche se il meno studiato, che imprime un sigillo duraturo al processo formativo e alla capacità operativa del partito.

I punti fondamentali di questo processo sono: la centralità del radicamento all’interno delle fabbriche, la strutturazione alla base in cellule, il rafforzamento della disciplina ideologica e operativa.

Obiettivo strategico cui tendere è la conquista della maggioranza della classe. Per questo il partito comunista non accetta la divisione dei compiti vigente nella seconda internazionale, per cui i partiti socialisti non si occupavano del sindacato ma solo delle elezioni, con una concezione tutta elettoralistica della politica. Bisogna invece occuparsi di tutte le manifestazioni di vita della classe proletaria a cominciare dal sindacato, operandovi in maniera intelligente e organizzata, per cercare di influenzarlo, contrastarne la burocratizzazione, orientarlo alla lotta, conquistarne la direzione. E tendere a unificare la classe operaia, oltre l’ambito sindacale, valorizzando e collegando le istituzioni rappresentative che essa si dà, come potevano essere le commissioni interne, i consigli di fabbrica o i comitati di lotta. Far sì che la classe si ponga al centro della situazione politica, uscendo dalla difensiva economica e corporativa, costruisca alleanze attorno a sé, si ponga le grandi questioni nazionali: il problema contadino, la questione meridionale, il rapporto con i ceti medi e gli intellettuali, la sovranità.

6. Per Gramsci l’arte politica è molto complessa e impegnativa, richiede studio, passione, dedizione. Occorre saper fare ogni volta l’analisi concreta della situazione concreta per poter adeguare la propria tattica, comprendere i punti di forza e di debolezza propri ed altrui, distinguere tra democrazia e fascismo, patriottismo e imperialismo, individuare nella determinata fase il nemico principale e cercare di isolarlo, costruire un blocco di forze il più ampio possibile per produrre mutamenti favorevoli nei rapporti di forza.

7. Oggi siamo certo in una situazione storica diversa da quella di Gramsci, ma il valore esemplare di tanti aspetti della sua esperienza politica e della sua elaborazione teorica è innegabile. Fondamentali, mi sembrano, in questo momento, soprattutto:

- la difesa intransigente dell’autonomia ideologica, politica e organizzativa del Partito comunista e la sua costruzione come avanguardia della classe,

- una pratica rigorosa del centralismo democratico, che esige il rispetto delle opinioni e il franco confronto ma anche la subordinazione della minoranza e la disciplina nell’azione,

- la comprensione che i nemici non si possono battere tutti insieme e da soli, e volerlo fare è come cercare di far cadere un muro sbattendoci la testa: il muro resta e la testa si spacca.

L’esperienza storica ci fornisce precedenti di strategie che si sono dimostrate nel tempo praticabili ed efficaci: il fronte unico proletario anticapitalista, il fronte popolare democratico antifascista e contro la guerra, il fronte nazionale di liberazione, per la sovranità e l’indipendenza.

8. Siamo in un’epoca diversa da quella di Gramsci, ma con aspetti che presentano indubbie analogie. E’ un fatto che il lungo periodo di sviluppo relativamente pacifico del sistema mondiale capitalistico seguito alla seconda guerra mondiale è finito. Siamo entrati in un’epoca nuova segnata dalla crisi strutturale del capitalismo, turbolenze, crisi della democrazia e del parlamentarismo, una rinnovata aggressività dell’imperialismo e spinte neocoloniali, la riorganizzazione di sistemi autoritari e la rinascita dei fascismi, una guerra dalle modalità inedite e sotterranee e dagli sviluppi imprevedibili in pratica già in atto. In una fase siffatta per incidere occorrono consapevolezza, determinazione e compattezza.

In questo quadro anche va considerato l’anacronismo di organismi dirigenti pletorici. Può essere utile ricordare che il Partito comunista d’Italia nel 1921 con quasi 60mila aderenti aveva un CC di 15 membri, e che 15 erano ancora i membri della Direzione del Partito durante la guerra di liberazione.

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