PDCI-Ancona

il Blog dei comunisti italiani, sezione “Tina Modotti”

Storie e Storia

“Veniamo da lontano, andiamo lontano…” (Palmiro Togliatti)

Una pagina di storia

Il 21 gennaio 1921 i comunisti italiani, con Bordiga, Gramsci , Terracini, si separarono dal PSI e si organizzarono in partito autonomo, sulla spinta della Rivoluzione d’Ottobre. Si chiamò Partito Comunista d’Italia fino a che fu sezione dell’Internazionale Comunista e, quando questa fu sciolta nel 1943, Partito Comunista Italiano. Il PCI ha avuto un ruolo fondamentale nella storia italiana del Novecento. E’ stato la principale forza di opposizione contro la dittatura fascista, in clandestinità, nelle carceri, in esilio. Contro le guerre fasciste, a fianco dei popoli aggrediti: in Etiopia, in Spagna, nei Balcani. In prima fila nella Resistenza e nella lotta di liberazione, e poi nell’impegno con Togliatti per la ricostruzione, la Repubblica e la Costituzione, nelle mobilitazioni sindacali, operaie e democratiche e nella lotta per la pace. Il PCI è stato un partito di classe, dei lavoratori, in prima fila nella difesa delle condizioni materiali e per la emancipazione politica e sociale dei lavoratori; è stato un partito nazionale, attento sempre agli interessi generali del Paese; è stato un partito internazionalista, dalla parte delle lotte di liberazione dei popoli dal colonialismo e dall’imperialismo, contro ogni forma di razzismo; per il rispetto e la collaborazione pacifica tra i popoli di tutto il mondo. Ha mantenuto aperta la prospettiva di una società libera e liberata, senza sfruttamento dell’uomo sull’uomo; solidale nella sua autonomia critica con le rivoluzioni e i paesi impegnati a sperimentare forme nuove di società ispirate al socialismo. Il tema delle alleanze, politiche e sociali, ha dominato la ricerca teorica e la pratica politica. Fin da quando Lenin, prima di Livorno, diede l’indicazione di rompere con la destra riformista di Turati e poi di allearsi con lui contro il fascismo. Una indicazione inizialmente inascoltata per il prevalere del settarismo bordighista e dell’infausta teoria del socialfascismo, che non facevano distinzioni tra destra e sinistra e danneggiarono gravemente la causa della lotta antifascista. Decisivo nel superare le posizioni di “comunismo infantile” e nell’impostare strategicamente l’azione del PCI in Italia fu l’opera teorica e pratica di Antonio Gramsci, tra i massimi dirigenti del PCI dal 1921 e segretario generale dal 1923 all’arresto nel 1926, arrestato nel novembre 1926 e fatto morire in carcere dieci anni dopo dal regime criminale di Mussolini. Costante è stato anche il tema del rapporto dei comunisti con le masse cattoliche, lo sforzo di unire i lavoratori indipendentemente dalle convinzioni religiose,per neutralizzare l’uso politico anticomunista della religione, particolarmente pesante durante la guerra fredda, ma anche per cogliere l’importanza di scelte rivoluzionarie mosse da sensibilità religiose, come in America Latina con la teologia della liberazione. Negli anni sessanta del Novecento, come riflesso delle divisioni intervenute tra i paesi socialisti all’epoca di Krusciov e la tragica rottura tra Urss e Cina, si produssero divisioni anche in Italia, con la comparsa di piccoli partiti e gruppi (come “il Manifesto”, “Lotta continua”, “Avanguardia Operaia”, il Pcd’I-m-l) che pure si richiamavano al comunismo. Ponevano nel loro insieme, in forme confuse e spesso massimaliste, un’esigenza nuova di partecipazione diretta e di rinnovamento delle forme della politica, anche come moto generazionale e di rivoluzione del rapporto tra i sessi, che il PCI non seppe immediatamente comprendere, se non in qualche dirigente più avvertito come Luigi Longo. Si ripropose nel 1968-69 dalle scuole e dalle fabbriche l’esigenza del mutamento della società e del superamento del capitalismo e delle sue insanabili contraddizioni, che si era venuta appannando nella politica quotidiana. I gruppi extraparlamentari, in aspra polemica tra di loro e con il Pci, contribuirono obbiettivamente a frammentare e disperdere la spinta innovativa di massa, con le loro posizioni velleitarie ed impazienti (“il comunismo come obiettivo minimo”), la cieca contrarietà ad importanti riforme (come lo statuto dei lavoratori, definito “una truffa”), la negazione specialmente da parte dei gruppi trockisti della storia e della ispirazione comunista del PCI (nominato con la ”C” virgolettata). L’onda lunga del movimento di massa studentesco del ’68 e delle lotte operaie del ’69, con il nuovo movimento dei consigli di fabbrica, pose all’ordine del giorno il cambiamento del governo del paese, con uno spostamento a sinistra degli equilibri politici, l’avvento del Pci al governo e un maggior peso delle classi lavoratrici. Si imposero importanti conquiste che allargavano la libertà e la democrazia nel Paese: costituzione delle regioni, statuto dei diritti dei lavoratori, legge sul divorzio che avrebbe consentito a molte famiglie di fatto di regolarizzarsi, legge sull’interruzione volontaria della gravidanza contro le pratiche clandestine delle “mammane”, nuovo diritto di famiglia. Per contrastare questo processo si mobilitarono le forze reazionarie interne e internazionali, gli apparati occulti dei servizi segreti, la loggia massonica P2, lo stragismo fascista colluso con la Cia – da piazza Fontana a Milano il 12 dicembre 1969 a piazza della Loggia a Brescia e al treno Italicus… - e si mosse il terrorismo criminale delle sedicenti “brigate rosse”, funzionale a promuovere una reazione di rigetto dell’opinione pubblica contro “gli opposti estremismi” e lo spostamento della maggioranza sul centro moderato. E’ per altro documentato che il terrorismo brigatista sia stato largamente infiltrato e “aiutato” da quegli stessi servizi “deviati”, in maniera sfacciata nel caso del rapimento e dell’uccisione di Moro, per eliminare un esponente della DC favorevole al superamento della discriminazione anticomunista nel governo del Paese e a una maggiore autonomia in politica estera dagli Stati Uniti. Fu il momento del CAF (asse Craxi-Andreotti-Forlani) in cui l’uso spregiudicato dlele risorse pubbliche a fini di consenso e la pratica tangentizia generalizzata portarono l’indebitamento pubblico e l’inflazione a livelli inauditi, e il bilancio dello stato sull’orlo della bancarotta, col pieno sostegno della classe capitalistica che recuperava terreno e reimponeva il dispotismo nei luoghi di lavoro. Il PCI con Enrico Berlinguer avvertì e sollevò la questione morale, ponendo al paese l’esigenza della denuncia e della lotta contro la corruzione. Abbagliati dagli effimeri successi craxiani e disorientati dalla crisi dei paesi dell’est e dalla dissoluzione dell’Urss, i dirigenti del PCI affermatisi dopo la tragica prematura scomparsa di Berlinguer, con Occhetto in testa, decisero ottenendo la maggioranza di porre fine al partito comunista, dando vita nel 1991 ad una nuova formazione politica, il Partito Democratico della Sinistra, rinunciando agli obiettivi di trasformazione socialista e ponendosi in un’ottica interna al sistema capitalistico, per allontanarsi infine col Partito Democratico dalla stessa collocazione nell’ambito della sinistra. Con la fine del PCI non sono scomparsi tuttavia i comunisti, seppure indeboliti e divisi. Una parte seguendo l’indicazione di Ingrao aderì al PDS, privilegiando il valore dell’unità col grosso dei vecchi compagni rispetto a quello dell’identità comunista e volendo stare nel “gorgo”, sperando di poter condizionare la rotta del nuovo partito, ma con scarso successo. Un’altra parte, con Cossutta e Garavini, diede vita al Movimento e poi al Partito della Rifondazione Comunista, nel quale confluirono anche i gruppi superstiti della diaspora sessantottesca, senza tuttavia riuscire ad amalgamarsi. Nell’ottobre 1998, prevalse in Rifondazione comunista una tendenza massimalista impersonata dall’allora segretario Bertinotti, che senza più distinguere tra centrodestra e centrosinistra, decise di interrompere il rapporto di collaborazione a sinistra, facendo cadere il primo governo Prodi e apprendo la strada alla successiva vittoria elettorale di Berlusconi. Nacque allora, anche per non disperdere l’eredità unitaria del PCI, il Partito dei Comunisti Italiani, con Cossutta e Diliberto. Il quinquennio di dominio berlusconiano si è caratterizzato per l’uso personale e l’occupazione di ogni ganglio del potere a cominciare dalla televisione, immediatamente epurata dei giornalisti scomodi e omogeneizzata alle private TV commerciali. Con ciò profondamente mutando in senso individualistico e disgregando il tessuto sociale e la cultura del paese, diffondendo in nome delle “libertà” la precarietà e l’incertezza nei rapporti di lavoro, esaltando l’arroganza e l’arrivismo profittatore dei ceti parassitari affaristici, esonerando gli imprenditori dai doveri e responsabilità nei confronti della società e del paese, primo dei quali pagare come tutti regolarmente le tasse. Dopo l’amara lezione si è ricomposta anche con il PRC di Bertinotti la coalizione di centro-sinistra, che ha dato vita e sostenere il nuovo Governo Prodi. I Comunisti Italiani auspicano e lavorano per il superamento delle divisioni tra comunisti e per l’unità della sinistra. Si sono create nuove opportunità di confronto e unità d’intenti e di azione a sinistra, anche per reagire efficacemente alla deriva moderata del Partito democratico. Rafforzare la presenza e il ruolo dei comunisti e della sinistra in Italia in un quadro unitario del centro sinistra, è l’obiettivo posto con particolare decisione dal segretario dei Comunisti Italiani Oliviero Diliberto e al centro del recente IV Congresso di Rimini. I vertiginosi mutamenti derivanti dalla nuova rivoluzione tecnologico-scientifica che coinvolge tutti i campi della vita sociale, richiedono un aggiornamento teorico e l’elaborazione di una strategia nuova per il comunismo del XXI° secolo, che si collochi ai punti più alti dello sviluppo e delle contraddizioni del capitalismo. Ma le ingiustizie sociali crescenti, gli stessi drammatici pericoli per la pace e per l’ambiente richiedono di aggiornare ma non di abbandonare la critica del capitalismo, di aggiornare e rafforza e non di abbandonare l’idealità comunista. E’ una ricerca che non può procedere separatamente dall’impegno e dalla lotta politica nel presente, per impedire l’arretramento sociale e democratico, la scomparsa della sinistra, il peggioramento delle condizioni dei lavoratori. Abbiamo bisogno insieme dell’autonomia comunista, dell’unità della sinistra e della coalizione di centro sinistra. La storia del PCI e l’insegnamento di Gramsci sono la radice indispensabile per andare avanti. I comunisti italiani vengono da lontano, vogliono andare lontano.

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“Recidere le nostre radici pensando di fiorire meglio sarebbe un gesto da idioti: non ci può essere inventiva, fantasia, creazione del nuovo se si comincia con seppellire se stessi e la propria storia” (Enrico Berlinguer)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Biografia di Tina Modotti

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Assunta, detta Tina, nasce ad Udine nel 1896 da famiglia povera. Inizia a lavorare a soli 9 anni, e a 17 raggiunge il padre emigrato a San Francisco per fare l’operaia. Quattro anni più tardi conosce il poeta Robo Richey e si trasferisce con lui a Los Angeles. Partecipando a rappresentazioni teatrali nella comunità friulana viene notata da produttori di Hollywood che la ingaggiano in alcuni film commerciali. La casa di Tina e Richey diventa un circolo culturale per artisti, anarchici, liberali. In questo ambiente ha modo di frequentare giovani intellettuali e conosce Edward Weston, uno dei più grandi fotografi del ‘900, col quale ha una relazione appassionata e con cui si trasferisce nel ’23 in Messico. Inizialmente Tina posa per Weston, ma come non si era sentita soddisfatta del ruolo di bella attrice, così si stanca del ruolo di modella; Tina apprende così da Weston l’arte della fotografia.

Il Messico segna una svolta nella vita di Tina. Il fervore e l’ingiustizia sociale che la circondano coltivano in lei l’interesse non più solo per l’estetica e la natura ma per la società umana e inizia a ritrarre operai, manifestazioni, falci e martelli, il popolo messicano nella sua quotidianità e nella sua lotta. Si avvicina al Soccorso Operaio e al Soccorso Rosso Internazionale, associazioni di solidarietà promosse dai comunisti, cui partecipavano intellettuali e democratici. Si iscrive al Partito Comunista Messicano e collabora con “il Machete”, periodico del partito. Questo cambiamento la allontana da Weston, che ritorna in California. Seguono i due anni più produttivi per l’arte di Tina Modotti. Ha una breve relazione con Julio Antonio Mella, un giovane rivoluzionario cubano in esilio, che viene ucciso per mano di sicari del dittatore cubano Machado. Tina subisce una campagna scandalistica che cerca di coinvolgerla nell’assassinio e che la dipinge come una comunista depravata (per via dei nudi che Weston le aveva fatto); nel frattempo il Partito Comunista Messicano viene dichiarato illegale, i suoi dirigenti sono assassinati e Tina, dopo aver subito ritorsioni per le sue mostre con chiaro contenuto sociale e politico, viene espulsa (1930).
Dopo un breve periodo a Berlino si trasferisce in Unione Sovietica dove lavora a tempo pieno per il Soccorso Rosso Internazionale, insieme a Vittorio Vidali, alternando lavoro di propaganda e missioni illegali in Europa, lasciando la fotografia. Passerà così per Varsavia, Vienna, Madrid e Parigi.
Nel 1936 si trova in Spagna insieme a Vidali allo scoppio della guerra civile e si impegna da subito nell’assistenza alla popolazione e ai combattenti e si dedica ad attività politiche e culturali. Dopo la sconfitta tornano insieme in Messico, dove Tina muore a 46 anni stroncata da un infarto.
La figura di Tina Modotti è rimasta sconosciuta per molto tempo e le sue opere, per lo più conservate negli Stati Uniti, sono rimaste a lungo inutilizzate a causa delle sue idee politiche.

TINA MODOTTI È MORTA
(di Pablo Neruda a Carlos J. Contreras)

Tina Modotti, sorella, tu non dormi, no, non dormi:
forse il tuo cuore sente crescere la rosa
di ieri, 1′ultima rosa di ieri, la nuova rosa.
Riposa dolcemente, sorella.

La nuova rosa è tua, la nuova terra è tua:
ti sei messa una nuova veste di semente profonda
e il tuo soave silenzio si colma di radici.
Non dormirai invano, sorella.

Puro è il tuo dolce nome, pura la tua fragile vita:
di ape, ombra, fuoco, neve, silenzio, spuma,
d’acciaio, linea, polline, si è fatta la tua ferrea,
la tua delicata struttura.

Lo sciacallo sul gioiello del tuo corpo addormentato
ancora protende la penna e l’anima insanguinata
come se tu potessi, sorella, risollevarti
e sorridere sopra il fango.

Nella mia patria ti porto perché non ti tocchino,
nella mia patria di neve perché alla tua purezza
non arrivi l’assassino, né lo sciacallo, né il venduto:
laggiù starai tranquilla.

Non odi un passo, un passo pieno di passi, qualcosa
di grande dalla steppa, dal Don, dalle terre del freddo?
Non odi un passo fermo di soldato nella neve?
Sorella, sono i tuoi passi.

Verranno un giorno sulla tua piccola tomba
prima che le rose di ieri si disperdano,
verranno a vedere quelli d’una volta, domani,
là dove sta bruciando il tuo silenzio.

Un mondo marcia verso il luogo dove tu andavi, sorella.
Avanzano ogni giorni i canti della tua bocca
nella bocca del popolo glorioso che tu amavi.
Valoroso era il tuo cuore.

Nelle vecchie cucine della tua patria, nelle strade
polverose, qualcosa si mormora e passa,
qualcosa torna alla fiamma del tuo adorato popolo,
qualcosa si desta e canta.

Sono i tuoi, sorella: quelli che oggi pronunciano il tuo nome,
quelli che da tutte le parti, dall’acqua, dalla terra,
col tuo nome altri nomi tacciamo e diciamo.
Perché non muore il fuoco.